EXCURSUS STORICO

L’origine di Cingoli, l’antica Cingulum dei Romani, è stata generalmente collegata al nome di Tito Labieno (Cingoli, 100 a.C. ca. – Munda, 45 a.C.), luogotenente di Giulio Cesare in Gallia. Parlando della sua avanzata nel Piceno quest’ultimo menziona infatti Cingulum «quod oppidum Labienus constituerat quaque pecunia exaedificaverat» e ricorda il contributo in uomini che essa aveva dato al suo partito nella guerra civile.

La prima frequentazione dell’aria, in realtà, si proietta molto più indietro nel tempo: il colle su cui è ubicata l’odierna cittadina fu abitato infatti sin dall’Eneolitico, circa 5.000 anni fa, anche se non è possibile per ora collegare con un filo continuo le genti che disseminarono l’altura cingolana di selce con quelle che alcuni millenni più tardi vi stabilirono fissa dimora.

Per comprendere comunque meglio il problema dell’origine occorre oltrepassare il momento di Labieno e proiettarsi almeno nel secolo IX a.C. allorchè l’area che va da Pescara al fiume Foglia era abitata da popolazioni Picene, forse di origine Sabina, giunte nelle attuali Marche con movimenti migratori legati a rituali religiosi (il celebre mitico “ver sacrum” ricordato da Strabone [Geografia, V, 4, 2], Festo [De verb. sign., 235 L] e Plinio il Vecchio [Nat. Hist. III, 110].

E’ proprio in relazione a tale ultima ipotesi che si comprendono le numerose variazioni erudite rinascimentali e seicentesche dell’antica leggenda di fondazione della città che ne legava il nome a quello della maga Circe, figlia del Sole e sorella e amante del mitico re Pico.

Carta 218r del ms Libro I di Niccolò Vannucci che contiene le notizie e la descrizione del ritrovamento della «moneta» trovata tra le macerie del convento di S.Domenico nell’ottobre del 1700.

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Nel III secolo, alle soglie della romanizzazione della penisola italica, Cingoli, con ogni verosimiglianza, era già un centro abitato: un piccolo agglomerato d’altura, rispondente alla struttura del vicus o del pagus, compiutamente organizzato dal punto di vista amministrativo.

In seguito all’evergetismo di Tito Labieno, in età Augustea Cingulum viene innalzato allo stato di municipium e ascritto alla tribù Velina; continuerà a esserlo per tutta l’età Augustea e il periodo imperiale, come testimoniano i numerosi materiali archeologici e le testimonianze architettoniche ed epigrafiche.

Della dissoluzione dell’impero romano durante i secoli IV e V risente anche Cingoli, per la quale si assiste all’aprirsi di un periodo non particolarmente florido, che si protrarrà per un indeterminato ma non breve arco cronologico. In un non precisato momento di questo oscuro periodo Cingoli assume il titolo di sede diocesana; fatto che segna l’inizio di una ripresa demografica, economica, urbanistico-architettonica e culturale per la città, interrotta o comunque ridimensionata nelle sue modalità di lì a poco, tra VI e VII secolo, dall’invasione e dall’insediamento dei Longobardi. Popolazione questa che lascerà un segno profondo e un influsso duraturo, seppur apparentemente non evidente. L’avvento del potere Franco e il conseguente passaggio sotto la diretta influenza della chiesa di Roma segneranno per Cingoli l’imporsi del sistema feudale, con tutte le complesse, varie e profonde conseguenze che questo implica, prima fra tutte quella nota come fenomeno dell’incastellamento.

Con il riequilibrarsi nella Marca della situazione politica, fra X e XI secolo si pongono le condizioni per il progressivo affermarsi di Cingoli come libero ed autonomo Comune, la prima attestazione documentaria del quale risale al 1190.

Di seguito allo stabilizzarsi della forma di organizzazione comunale si assiste a un’estensione della struttura urbana di Cingoli, con il conseguente ampliamento delle vecchie mura (murum vetus o Saracenorum) e l’affiancarsi al castrum vetus – nucleo del Cingulum romano – di un castrum novum che si sviluppò sul versante nord-ovest del colle.

La struttura edilizia all’interno del nucleo abitativo prese forma in modo funzionale, razionale ed omogeneo: i materiali da costruzione (pietra, breccia, rena), di provenienza locale, vennero estratti secondo una precisa normativa comunale, così come regolamentati furono tutti i diversi aspetti legati all’attività edilizia, dalla profondità delle fondamenta all’apertura delle finestre, dalla posa in opera di carpenterie alla composizione e forma dei mattoni.

In verde: il Castrum vetus.
In azzurro: il Castrum Novum.

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Lentamente nel corso del XII e XIII secolo si assiste a un generale processo di incremento e trasformazione che nel suo affievolirsi tra la fine del XIII secolo e l’inizio del successivo vede Cingoli ormai presentarsi come un centro politicamente, economicamente e culturalmente potente e fiorente, a scapito degli insediamenti fortificati di origine altomedievale circostanti. Si erge nel luogo più alto del colle il Palazzo Comunale, sorgono le chiese e i monasteri dei più importanti ordini religiosi (Francescani, Domenicani, Benedettini, Agostiniani ecc.), vengono avviati i lavori di costruzione dei primi grandi e maestosi palazzi privati, si istituiscono le prime corporazioni e si aprono le botteghe artigiane – dell’aromatario, del fabbro, del vasaio, del maniscalco, del tintore, nonchè quella in cui avrebbe iniziato la sua arte fra’ Bevignate. Né mancheranno ben presto osterie, locande e taverne.

L’incremento di tale sviluppo economico, comportò necessariamente un impegno finanziario: si assiste quindi all’affermarsi di un fiorente commercio del denaro sia da parte di personaggi locali, sia da parte di prestatori ebrei. Questi ultimi, presenti sporadicamente nel comune fin dalla metà del XIII secolo, saranno chiamati nel XV secolo dalle autorità locali proprio in funzione di una svolta radicale che si intendeva dare all’economia cittadina. Gli ebrei furono presenti in Cingoli per oltre due secoli e in numero piuttosto ingente, come si desume dal fatto che nel XVI secolo sono testimoniati una sinagoga e un ghetto.

Il secolo XIII, oltre ad essere per il comune di Cingoli un periodo di formazione e di identificazione istituzionale, fu il periodo in cui si trova Cingoli maggiormente impegnato da una parte in lotte con i comuni limitrofi per l’espansione del proprio dominio sul territorio circostante, d’altra parte nel tentativo di normalizzare e distendere la critica situazione interna legata alle rivendicazioni dell’antica aristocrazia cittadina.

Con l’inizio del XIV secolo, in seguito al ristabilirsi di un certo equilibrio sul fronte esterno, si assiste a uno sforzo di riorganizzazione e sistemazione interna del comune e ad una svolta politica in senso antimagnatizio.

Il riequilibrio e il rafforzamento della situazione politica interna fu condizione dell’instaurarsi, in luogo dell’antica nobiltà feudale, di una nuova aristocrazia di origine funzionariale – Cima, Orlandi, Mainetti, Silvestri – o immigrata – Simonetti, Raffaelli, Castiglioni – che unì ad un originario patrimonio la capacità di gestire la vita pubblica. Il potere politico con il tempo così conseguito rese queste famiglie vincenti prima in rapporto alla primitiva aristocrazia, poi in rapporto all’autorità centrale. Infatti, durante il lungo periodo segnato dallo scontro tra la curia di Roma e le grandi e potenti famiglie della penisola italica per il predominio territoriale, per esercitare i propri poteri tanto l’una, quanto le altre si trovarono nella necessità di delegare compiti e funzioni a personaggi di sperimentata capacità di gestione della vita pubblica, con conseguente aumento del loro prestigio e patrimonio. Tale fu il fondamento della fortuna della quasi totalità delle famiglie che entrarono a far parte della nobiltà cingolana.

Agli inizi del XVI secolo, in occasione dell’elezione di papa Adriano VI, Cingoli fu posta dal Conclave sotto il governatorato del dotto cardinale Egidio Canisio da Viterbo (uno dei più celebri cabalisti cristiani del rinascimento) che tenne l’incarico fino alla morte (1532). A tale importante personaggio, che detenne per un quindicennio un potere praticamente assoluto sulla città, si deve, al di là di altre innumerevoli iniziative, la selezione dei ceti cittadini e il riconoscimento come parte della nobiltà cingolana di trentuno famiglie, dal cui solo numero potevano provenire le più alte cariche della magistratura cittadina.

Cavaliere con le insegne della antica nobile famiglia Conti.
Riproduzione ideale; disegno di Paolo Appignanesi
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L’attestazione de iure del ceto nobiliare cittadino in un momento, gli anni trenta del XVI secolo che vedono la penisola italica letteralmente invasa a tutti i livelli dalla rivoluzione artistica e culturale del Rinascimento, segna per Cingoli l’inizio di un periodo caratterizzato da fervida attività edilizio-architettonica, artistica e culturale, nello specifico sospinta dalla volontà delle famiglie riconosciute nel loro titolo di nobiltà di attestare materialmente la propria autorità e il proprio prestigio, ma anche la loro raffinatezza culturale. Nell’arco di un ventennio la città inizierà già ad avere quell’aspetto di nuova austera eleganza che alla fine del secolo ne farà uno dei più belli e importanti esempi di centro rinascimentale della Marchia anconetana.


Un nuovo forte impulso all’attvità edilizia e artistico-architettonica fu dato alla città dal ripristino nel 1725, con motu proprio di papa Benedetto XIII, dell’antica sede vescovile: Cingoli, già luogo di un patriziato numeroso ed economicamente potente, vide allora accrescersi nel giro di pochi anni le sue fabbriche, e sorgere o rifarsi, nel fastoso barocco del tempo, chiese e palazzi.

Dopo il burrascoso periodo napoleonico, Cingoli, riallineatasi in posizione filopontificia, vive prima un momento di generale quiete e poi un momento di protagonismo con l’ascesa alla cattedra di Pietro di un suo cittadino di nobile famiglia: Francesco Saverio Castiglioni, che prenderà il nome di Pio VIII (1829-1830). L’atmosfera di rinnovamento provocata, ormai un trentennio prima, dalla rivoluzione francese, tuttavia, non si era esaurita, anzi trovò il suo naturale epilogo nell’affermazione delle ideologie libertarie che furono preludio all’instaurazione del regno d’Italia. Cingoli, pur se ufficialmente fedele alla politica filo-papale, avvertì il premere delle idee nuove e ci fu una discreta adesione, specie nella classe popolare, ai movimenti liberali. Dopo il plebiscito del 1862, che sancì l’annessione al Regno d’Italia, a Cingoli la vita proseguì secondo gli schemi consueti, senza gravi traumi né sostanziali rinnovamenti almeno per un cinquantennio, fino alle soglie del primo conflitto mondiale.

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Donatello Stefanucci, Veduta di Cingoli
(Pinacoteca comunale)